Sii sul pezzo: parla come noi.
Ascoltare qualcuno parlare il proprio dialetto è un po’ come tuffarsi in quelle che sono la sua identità e la sua cultura popolare.
Il fascino dei dialetti risiede nella sensazione di passato che riescono a trasmettere. Hanno la capacità di riportarci a mondi che ci appaiono genuini, lontani, ultimi baluardi di atmosfere antiche che oggi fatichiamo a riconoscere, presi come siamo dalla frenesia del tempo moderno.
Il dialetto romagnolo, nello specifico, è meraviglioso perché, oltre a essere molto musicale, è un tripudio di termini variopinti e più o meno traducibili in un italiano universalmente accettato.
Alcuni di questi rasentano la blasfemia, magari non scendiamo proprio nei particolari in questa sede…
Altri, tuttavia, ben descrivono il nostro animo colorito e vivace (e si possono menzionare senza ricevere denunce).
Se hai intenzione di venire in vacanza a Marina Romea, non puoi non conoscere alcuni dei termini cult del nostro parlato locale.
Ecco una carrellata di meraviglie dialettali per far sì che tu possa essere sul pezzo, in qualsiasi situazione.
Tredici espressioni romagnolissime da conoscere assolutamente.
Ciò!
Questa è un’esclamazione che, in sé, contiene tutto di noi. Tradurla è complicatissimo, sarebbe più facile raggiungere Marte su un monopattino elettrico…
Il significato di questo termine, in buona sostanza, dipende dal contesto in cui viene pronunciato. “Ciò, è tardi!” è come dire: “Forza, su, muoviti, dobbiamo andare!”. Ciò serve a sottolineare il senso di fretta, a motivare.
“Ciò, non so cosa dirti” può tradursi in: “Davvero, non so cosa dirti”. È una maniera per esprimere rassegnazione, per dichiararsi momentaneamente sconsolati.
A volte diciamo ciò da solo, senza aggiungere niente, quando la risposta è sottintesa: “Ciò…” (ossia, “Che vuoi che ti dica, la risposta la sai già”).
Patàca.
Il patàca, in Romagna, è qualcuno che compie un’azione stupida o eclatante senza rendersene conto. Magari ignora la pericolosità o le potenziali conseguenze di quello che sta facendo o si accinge a fare.
Usiamo questo termine anche per descrivere qualcuno che ostenta qualcosa, magari facendo cieco sfoggio della sua ricchezza. Ecco perché diciamo che quel tizio è proprio un patacca (“L’è propi un patàca!”).
Invurnì.
L’invornito è il tonto, il fesso, la persona che si lascia ingannare con facilità.
Qualcuno è invurnì anche di prima mattina, quando ancora deve svegliarsi per bene.
Dai doca.
Questa espressione mira a far fretta, a incoraggiare, a suscitare un’azione o una reazione in chi abbiamo davanti.
“Dai doca, iscriviti alla gara!” (“Coraggio, non perdere tempo, non pensarci oltre, iscriviti alla gara!”).
Sa fét aposta?
La traduzione vera e propria è: “Fai apposta o cosa?”
Lo diciamo quando una persona compie qualcosa di palesemente sbagliato o magari continua a ripetere un errore, compiendo una scelta che non condividiamo.
“Io e Marco abbiamo deciso di riprovarci per la settantacinquesima volta.”
“Beh, sa fét aposta?”
E te dai…
Questa espressione è diiiiiiifficilissima da tradurre!
La pronunciamo quando una persona insiste nel dire una cosa. Se ne convince e non smette di dirla, allora noi ci stanchiamo e glielo facciamo capire esclamando: “E te dai!”, che è un po’ come dire: “Ancora insisti?”, “Sei ancora fermo/a su questo punto?”.
Ma valà.
“Non c’è problema”, “Non preoccuparti”, “Ma figurati”, “Non ringraziarmi, non ce n’è bisogno”, “Veramente? Non ci posso credere!”: ecco come possiamo utilizzare questa espressione dialettale già molto conosciuta.
Abbiamo l’abitudine di dire anche valà e basta. In questo caso, è un po’ come dire per piacere: “Andiamo a casa, valà, che ho un gran sonno.”
Fata roba.
“Pazzesco!” è forse il corrispettivo italiano più vicino. “Hai sentito cos’è successo a Paola? Fata roba!”
Certe volte possiamo pronunciarlo in caso di rassegnazione. “Fata roba, non l’avrei mai creduto possibile…” (che è un po’ come dire “Porca miseria…”).
Aj ho chéra.
“Ho proprio piacere”, “Ben ti sta”. Questa è semplice semplice, dai.
Vigliaca d’la miseria.
Ma sì, usciamo un attimo dalla comfort zone!
Questa espressione è meglio non usarla in contesti formali. Diciamo che è un’esclamazione molto variopinta che sta per “Accipicchia!”
Va a scurzé in te remmal.
Ecco, anche questo modo di dire esce abbastanza dalla comfort zone. Decisamente consigliato per contesti molto (ma molto!) informali. Lo si potrebbe aulicamente tradurre così: “Vai a produrre peti in mezzo alla crusca.”
Lo diciamo quando qualcuno dice qualcosa che non sta né in cielo né in terra.
Ci cioss coma e baston de puler.
“Sei sporco come il bastone del pollaio”. Insomma, è un caldo invito a farsi una doccia usando molto sapone.
Té bota e strenz e cul.
Letteralmente (ed elegantemente): “Tieni duro e stringi il sedere”, cioè “Resisti! Continua! Non ti arrendere!”
Ora che sai tutto, non resta che fare la valigia…
Le nozioni fondamentali le hai. Quel che devi dire per essere sul pezzo in Romagna, bene o male, lo sai.
Adesso è il momento di prenotare le tue vacanze in Romagna, fare i bagagli e trascorrere qualche giorno di relax nella nostra terra ricca di natura, divertimento ed espressioni variopinte.
Dai doca, noi ti aspettiamo a porte aperte!






One thought on “Brindiamo al dialetto romagnolo!”
Ciao c’è una scuola di dialetto?
RISPOSTA REDAZIONE: no, ma potresti offrire un aperitivo agli indigeni più anziani e farti insegnare!! 🙂